AGI – “Non ci hanno visti arrivare”, diceva due anni fa Elly Schlein. Era il 26 febbraio del 2023 e al Monk, locale in quel di Pietralata, quartiere est di Roma, Elly Schlein festeggia fra pochi intimi la vittoria alle primarie del Partito Democratico. Pochi intimi perché il grosso del circo mediatico è diviso fra Casalecchio di Reno, base del comitato di Stefano Bonaccini, e il Nazareno, centro dei ‘flussi’ dei dati dei gazebo. In pochi, fra dirigenti e analisti, hanno scommesso sulla vittoria di questa 40enne (il prossimo 4 maggio) con la fissa per la musica indie e i videogames. Per tutti è “l’onda Schlein”, l’effetto novità che sembra voler travolgere il partito, le sue liturgie, i suoi vertici. E’ per inseguire quell’effetto novità che, tanto Schlein quanto Bonaccini, conducono due campagne per le primarie lasciando i capicorrente e i dirigenti storici del Pd fuori dalla porta. E così fanno anche con quei “signori delle tessere” che, pochi giorni dopo le primarie, Schlein definirà in assemblea i “cacicchi”, ovvero i detentori di pacchetti di tessere Pd nei territori. “Estirpiamo cacicchi e capibastone dal Pd”, tuona Schlein dal palco della Nuvola dell’Eur, dove si tiene l’assemblea chiamata a incoronarla. Una invettiva generica, dietro la quale in molti riconoscevano il volto di Vincenzo De Luca, presidente della Regione Campania con il quale Schlein ingaggerà diversi ‘round’ politici, dal commissariamento della federazione campana, affidata ad Antonio Misiani, al braccio di ferro sul Terzo Mandato.
Ma è la formazione della segreteria il primo terreno di scontro fra nuova maggioranza a guida Schlein e la minoranza composta da tre pilastri: Base Riformista, corrente organizzata attorno alla figura di Lorenzo Guerini; Ex mozione Bonaccini, che di lì a poco si sarebbe strutturata in Energia Popolare; neo-ulivisti, ovvero gli ex lettiani senza Enrico Letta. Saranno questi ultimi a fornire un aiuto alla segretaria al momento dello stallo sulla composizione della segreteria e delle presidenze dei gruppi. Anche in questo caso, la mina da disinnescare porta il nome di De Luca. Si tratta però di Piero, figlio del governatore campano Vincenzo, che la segretaria dem vuol tenere fuori dall’ufficio di presidenza, non rinnovandolo nel ruolo di vice capogruppo. Una scelta che provoca il nervosismo di Base Riformista che, tuttavia, fa entrare in segreteria il senatore Alessandro Alfieri come responsabile Riforme e Pnrr del partito. Gli equilibri nel partito rimangono fragili, anche perché a marzo c’è da votare la proroga dell’invio di armi all’Ucraina, nervo scoperto dei dem ancora oggi. La segretaria non cambia la linea inaugurata da Enrico Letta sull’invio di armi, ma vi aggiunge un più pressante appello alla via diplomatica di cui l’Europa, a suo parere, dovrebbe farsi carico.
Su questo tema, come sarà per quello del Medio Oriente, Schlein avvia un canale di comunicazione con alcuni esponenti della minoranza come Enzo Amendola e Lorenzo Guerini, affidando però la responsabilità degli Esteri a Peppe Provenzano. Se a Roma si evitano così incidenti, lo stesso non si può dire per quel che accade a Bruxelles. Il 6 giugno, alla prima prova del voto, la delegazione Pd al Parlamento Europeo vota contro l’indicazione della leader a favore dello strumento normativo che offre la possibilità ai paesi membri di utilizzare fondi Pnrr per la produzione di munizioni da inviare a Kiev.
Meno difficoltà Schlein incontra sul dossier del Medio Oriente, dopo l’attacco del 7 ottobre, di fronte al quale il pd si schiera compatto per il cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi, con l’obiettivo di una soluzione “due popoli, due stati”. Nel frattempo, la leader dem inizia a calarsi nel ruolo di anti-Meloni, cercando la polarizzazione con la premier. A febbraio la tragedia di Cutro, in cui muoiono 94 persone migranti a poche centinaia di metri dalle coste calabresi, sono un primo terreno di scontro. Schlein decide di andare a rendere omaggio alle salme, il 2 marzo 2023, a poche ore dalla visita privata del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
La polarizzazione regala a Schlein una impennata del numero dei nuovi tesserati al Pd, circa 20 mila sottoscrizioni, e i sondaggi parlano di cinque punti in più rispetto al 19 per cento delle politiche. Il primo test elettorale, però, delude: alle amministrative di maggio, il Pd vince solo a Vicenza. L’analisi della sconfitta di Schlein, tuttavia, offre anche spunti sulla strategia futura: “Da soli non si vince”, è la frase che diventerà un leit motiv anche per le tornate elettorali successive. Su questa linea si muove il rapporto di Schlein con Giuseppe Conte. I due si inseguono e si respingono in un ‘balletto’ che li porta anche in piazza l’uno al fianco dell’altro.
La prima a offrirsi all’abbraccio è Schlein, apparendo alla manifestazione contro il precariato organizzata dal M5s a metà giugno e facendo arrabbiare la minoranza del proprio partito. Pochi giorni dopo i due offrono il bis alla manifestazione della Cgil per la sanità.
Sarà Conte, infine, a ricambiare la cortesia apparendo per pochi minuti sotto il palco Pd di Piazza del Popolo, durante la manifestazione del Pd contro la manovra del governo. I due si inseguono, ma pesa nei rapporti fra Pd e M5s l’incombere delle elezioni europee dove ognuno va per sè, senza coalizioni, alla ricerca del miglior risultato possibile. Tanto Schlein quanto Conte sanno di dover dialogare su alcune partite, come quelle delle regionali, e in Sardegna arriva l’accordo per la candidatura di Alessandra Todde, esponente M5s che vince sovvertendo i pronostici.
Soddisfazioni, per Schlein, arrivano anche dalle tornate elettorali alle amministrative e alle europee, con una crescita di consensi che rafforza il Partito Democratico. A mancare, nonostante gli sforzi, è quell’alleanza che i leader, o una parte di essi, avevano giurato di voler costruire. Un passo indietro, novembre 2023, congresso di Sinistra Italiana: Nicola Fratoianni chiama a Perugia Elly Schlein, Giuseppe Conte e Riccardo Magi. Chiede una grande manifestazione unitaria delle opposizioni su temi quali il lavoro, la sanità e la scuola. L’appello non sortisce l’effetto sperato. Schlein e Conte si presentano a quello stesso congresso in due momenti separati, evitando di posare insieme per le foto di rito. La manifestazione non si tiene. In Parlamento, tuttavia, dei segnali di avvicinamento si registrano.
Le opposizioni sono unite nel presentare una proposta di legge per rifinanziare il Sistema Sanitario Nazionale. Marciano unite sul salario minimo. Fanno muro sull’Autonomia Differenziata. E’ proprio sull’autonomia differenziata che si nota uno scatto in avanti nella costruzione del campo largo o campo progressista, a seconda delle declinazioni. Il 18 giugno, a piazza Santi Apostoli, Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli e Magi si ritrovano sullo stesso palco per la prima volta. Fra lo sventolio di centinaia di tricolori, si alza il grido “unità, unità”. Tutto fa pensare che la strada sia in discesa per arrivare a un accordo o, almeno, a un tavolo del centrosinistra. Ma ci sono almeno due fattori a complicare il cammino. Il primo è il peso elettorale conquistato dal Pd. I dem, a inizio giugno, fanno registrare un risultato inaspettatamente positivo alle europee. Con il 24,11 per cento, i dem sono il secondo partito italiano per seggi ottenuti dietro a Fratelli d’Italia, al 28,76 per cento. Una crescita di quasi cinque punti percentuali rispetto alle politiche 2022 e di un paio di punti rispetto alle europee del 2019.
Di contro, le europee registrano il risultato deludente dei Cinque Stelle, fermi al 9,9 per cento, sette punti in meno delle precedenti elezioni europee. Una debolezza, quella del Movimento, che non aiuta la costruzione della coalizione. I Cinque Stelle rivendicano la propria autonomia e non ci stanno a fare da “cespugli” in una alleanza che gira tutta attorno al Nazareno. A luglio l’abbraccio fra Schlein e Renzi alla Partita del Cuore riaccende le tensioni dentro il centrosinistra. A riavviare il cantiere delle alleanze non bastano nemmeno le elezioni regionali. In autunno, fra ottobre e novembre, si vota in Liguria, dove la giunta di centrodestra è caduta per l’inchiesta che ha coinvolto il presidente Giovanni Toti, in Umbria ed Emilia-Romagna.
Le tensioni raggiungono livelli di allarme a settembre 2024, in occasione dell’elezione dei quattro consiglieri del Cda Rai spettanti al Parlamento. Il Pd si astiene, in nome di un accordo stipulato con il resto delle opposizioni che prevedeva che, in assenza di riforma organica della governance del servizio, non si procedesse al rinnovo del Cda. M5s e Avs, al contrario, votano i membri del Cda, considerando l’accordo decaduto sulla base del fatto che le proposte di riforma sono state incardinate al Senato. Schlein e Conte tornano a evitarsi. In Senato, alla presentazione di un rapporto Gimbe, Schlein siede in prima fila accanto a una sedia vuota con il nome di Giuseppe Conte. Il leader M5s assiste al dibattito in piedi, lontano dalla segretaria dem. Stesso schema in piazza Navona, alla manifestazione contro il ddl Sicurezza, e alla Corte di Cassazione, per la consegna delle firme per il referendum contro l’Autonomia differenziata.
Così, davanti alla prospettiva di presentarsi alle elezioni liguri accanto ai renziani e nonostante gli appelli di Schlein a essere “testardamente unitari”, i Cinque Stelle alzano un muro. Italia Viva rimane fuori dalla coalizione di centrosinistra. Che perde. A novembre, in Emilia-Romagna e Umbria, Italia Viva presenta dei propri candidati, ma non il simbolo. Il centrosinistra vince, ma il M5s si ferma addirittura sotto il cinque per cento (4,7 in Umbria e 3,5 in Emilia-Romagna). Proprio in virtù delle vittorie alle elezioni regionali, le correnti dem sembrano dormienti. Tutte, eccetto la componente popolare e cattolica che si appresta a tenere a battesimo “Comunità democratica”. Il nome è evocativo di una nuova area politica interna ai dem.
Il battesimo, il 18 gennaio a Milano, è presieduto da Romano Prodi e vede l’intervento di Ernesto Maria Ruffini. Una presenza che riaccende il dibattito sul federatore di centro. Al ruolo di federatore, dopo il naufragio del Terzo Posto, hanno lavorato Beppe Sala, spinto da un pezzo di componente liberal del Pd. Ma anche lo stesso Renzi che si candida a rappresentare l’ala moderata e centrista del centrosinistra. Il 2025 si presenta per la segretaria meno ricco di sfide elettorali, ma non meno impegnativo sul piano del rafforzamento della sua posizione in un Pd in cui le correnti sembrano tornare a organizzarsi e in un centrosinistra che assiste a un susseguirsi di iniziative autonome di Giuseppe Conte, come la mobilitazione annunciata contro il governo. Oltre a questo, c’è il voto di Genova, con il Pd che ha trovato in Silvia Salis una candidata civica in grado di mettere d’accordo tutto il campo di centrosinistra; in Campania i cittadini dovranno scegliere il successore di Vincenzo De Luca. Al voto anche le Marche, governate da FdI, dove il Pd sente di poter vincere. Schlein e compagni, poi, devono difendere la Puglia e la Toscana. Il sogno ‘proibito’ si chiama Veneto, fortino della Lega. Infine, la Regione speciale della Valle d’Aosta governata da Union Valdotaine.